Archio Eventi
2026

Perché l’ecosistema dell’innovazione a Torino ha bisogno di noi

Nei panni di “Future Explorer”, giovedì ho partecipato alla giornata della Future Week dedicata all’innovazione e ai settori di frontiera, un’esperienza che ha offerto uno sguardo inedito sull’ecosistema torinese. A ospitare l’evento è stata la CTE – Casa delle Tecnologie Emergenti che, come sottolineato da Emma Molinari, Sponsorship Manager di Future Week, rappresenta “il naturale punto di ritrovo per chi fa innovazione”. 

Il percorso, articolato tra workshop, panel, talk e pitch, ha centrato l’obiettivo di far dialogare mondi solitamente distanti: studenti, Pubblica Amministrazione, università e imprese.

Dalla teoria all’impresa: il ruolo degli incubatori 

Entrando nel vivo dei panel, l’intervento di Claudia Pescitelli (2i3T, l’incubatore dell’Università di Torino) ci ha fatto capire come l’incubatore universitario funga da ponte, unendo idee scientifiche con competenze eterogenee per creare startup solide, trasformando la frammentazione dell’ateneo in un vantaggio competitivo. Pescitelli ha inoltre ricordato che la cultura imprenditoriale andrebbe radicata precocemente, già dalle scuole elementari, per formare talenti in grado di declinare la ricerca in impresa. Su questo concordo fortemente. 

Inoltre, Paola Mogliotti (Direttrice I3P, l’incubatore del Politecnico di Torino) ha evidenziato come oggi la figura dell’imprenditore sia molto attrattiva per i giovani, avvertendo però della necessità di una “massa critica” sul territorio per accompagnare le idee dalla fase di ideazione fino all’espansione sul mercato. Spesso la ricerca si ferma alla comfort zone di un progetto puramente accademico, frenata da dinamiche emotive come la paura di non essere all’altezza e il timore del giudizio. 

Il superamento di questi ostacoli porta a risultati concreti, come dimostra la storia di Marco Tagliapietra e Luca Macis: i due hanno trasformato la loro tesi di laurea in Data Science nella startup Deeplomacy. Un aspetto comunicativo chiave del loro modello è l’aver garantito l’explainability (la spiegabilità) del loro algoritmo, evitando che l’Intelligenza Artificiale venga percepita come un’incomprensibile “scatola nera”. Su questa linea, Eleonora Ferrari ha suggerito che l’IA andrebbe studiata e validata con rigore, applicando un approccio critico ed etico. 

Il tessuto innovativo di Torino e la spinta delle istituzioni 

Anche la creazione di startup può seguire un approccio scientifico. Farhad Mohammadi (Mamazen) ha spiegato le dinamiche dello startup studio, una “fabbrica” che utilizza test e report per costruire team attorno a progetti già validati. Siamo abituati a pensare che il successo derivi da un’intuizione fulminea, ma il modello di Mamazen dimostra il contrario: per fare innovazione, la propensione alla costruzione metodica del progetto supera il mito dell’idea geniale istantanea. 

Questo contesto trova il suo habitat naturale a Torino: Laura Pellegri (Zest) ha ricordato che il capoluogo, grazie al suo DNA industriale, rappresenta il contesto ideale in cui far incontrare competenze rigorose ed estro innovativo. La città si configura come un ambiente capace di supportare la crescita e di trattenere il talento. 

Sul fronte economico, Susanna Zuccarini e Raffaella Terenzi hanno illustrato il ruolo di Invitalia a sostegno delle nuove generazioni. Le istituzioni mettono a disposizione il Piano Integrato Autoimpiego (PIA), un incentivo per gli under 35 che garantisce la libertà di associarsi a partner più esperti. Inoltre, non si limitano all’erogazione economica, ma affiancano le startup con un tutoraggio gestionale che compensa la mancanza di esperienza iniziale, guidando le nuove imprese nei loro primi passi. Credo sia un’ottima opportunità per sperimentare.

Pubblica Amministrazione: da burocrazia a laboratorio aperto 

Il superamento della distanza tra istituzioni e cittadini è stato il focus del panel sul CSI Piemonte. Anna Cavallo ha illustrato come la Pubblica Amministrazione si stia aprendo all’Intelligenza Artificiale attraverso un profondo cambiamento culturale. Un esempio oggettivo di questa transizione è “Camilla”, un assistente digitale progettato per tradurre il complesso gergo burocratico in un linguaggio fruibile da chiunque. 

Andrea Toso ha raccontato il progetto “Palestra d’Innovazione”, un’iniziativa che porta gli studenti universitari negli uffici pubblici per scardinarne le vecchie logiche. 

Ed è proprio sulla necessità di scardinare la tradizionale diffidenza tra giovani e istituzioni che si concentra l’invito di Elena Deambrogio.

A chiudere il cerchio su questa esigenza di partecipare attivamente in prima persona è stata la riflessione di Maurizio Gomboli: per fare innovazione è indispensabile il coraggio di sbagliare.

Se non è accessibile, non è vera innovazione 

Nel pomeriggio, il focus si è spostato sull’impatto sociale. Andrea Mariatti (AccessiWay) ha ribaltato una prospettiva radicata, sottolineando come la disabilità non sia un limite insito nella persona, ma una condizione causata dalle barriere imposte dall’ambiente circostante. 

Questo cambio di prospettiva è quanto mai urgente in vista dell’European Accessibility Act del 2025, una direttiva europea che imporrà di eliminare gli ostacoli digitali per creare un mercato di prodotti e servizi finalmente inclusivo per tutti. Rendere un sito web a portata di tutti rappresenta non solo un dovere etico, ma un requisito fondamentale per chiunque crei servizi digitali. Rassegnarsi a escludere una fetta della popolazione per non affrontare il problema delle barriere architettoniche digitali è un errore di visione. Più che un costo, si tratta di un investimento necessario: l’inclusione genera valore reale per tutti, dimostrando che saper essere accessibili significa saper fare impresa. 

Alla fine di questa intensa giornata, il messaggio che mi porto a casa è chiaro: l’innovazione non è un concetto astratto riservato ai soli tecnici, ma una rete composta da persone, ostacoli da superare e istituzioni che si aprono alle nuove generazioni. Che si tratti di rendere un sito web aperto a tutti o di tradurre il gergo burocratico, la comunicazione ricopre un ruolo centrale. Noi studenti siamo chiamati a diventare parte attiva dell’ecosistema, unendo la curiosità alla disciplina e alla partecipazione attiva. 

Vi lascio con le mie parole chiave di questa giornata:

di Sofia Musso

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